Nel marzo scorso, tra le presentazioni di libri fatte al “Sole e Baleno”, una in particolare ci ha colpito molto favorevolmente perché capace di aprire discussioni, ragionamenti e stimolare pensieri. Cosa mai banale! Si tratta del libro “Marina. Noi, gli altri, gli animali” di Lucia Calzà, un’amica del Trentino-Alto Adige. Un bel libro – per chi volesse leggerlo è presente una copia nella biblioteca dello spazio – da cui è nato un altrettanto bel confronto. Abbiamo perciò pensato di proporre a Lucia la seguente intervista, convinti che questa possa essere di ulteriore arricchimento e stimolo alla lettura del libro (per richieste all’autrice: luciacalza@libero.it).

 

1) Lucia, ben lieti di risentirci. Dalla lettura del tuo libro e anche dalla presentazione al “Sole e Baleno” sono emersi molti spunti di lettura critica riguardo il rapporto con l’ “Altro”. Ma partiamo dall’inizio: chi era Marina?

 

Prima di tutto grazie dell’attenzione che dimostrate all’argomento e ancora grazie della vostra ospitalità nella serata di presentazione del libro con clima amichevole e ottimo cibo.

Marina (1914) era una persona che non poteva essere classificata né nella categoria del maschile né in quella del femminile comunemente inteso. A causa della compresenza in se di maschile e femminile non ha avuto la possibilità di determinare in modo libero la sua vita subendo il confino fascista (1938), il manicomio criminale, quello civile e lo stigma sociale poi fino alla morte (1988).
2) Qual’è stata la “molla” che ti ha spinto a scrivere di lei e quanto peso, in questo, hanno avuto le tue esperienze personali, raccontate in parallelo alla storia di Marina?

 

Credo di poter dire con certezza che non avrei mai scritto di Marina se non mi fosse capitato di vivere in prima persona una situazione di confusione tra maschile e femminile. L’argomento del genere, della intersessualità e della transessualità forse li avrei conosciuti ugualmente ma in modo molto superficiale.

3) Emerge dal tuo libro un grosso lavoro di ricerca, soprattutto testimoniale, di persone che si ricordavano di Marina e della sua storia. Un encomiabile lavoro di rimozione dalla polvere del tempo di un’esistenza particolare e sofferta. Da alcune testimonianze che hai raccolto si evince la difficoltà a riconoscerle il femminile per cui aveva lottato una vita intera, continuando a riferirsi a lei come ad un “lui”. Secondo te, quant’è ancora difficile oggi sganciarsi da certi pregiudizi?

 

La maggior parte delle persone con cui ho parlato non ha mai avuto occasione di riflettere con un minimo di profondità sulla condizione di Marina. E mi fa impressione riconoscere che anche chi ha conservato di lei un ricordo di simpatia possa avere nei suoi confronti un beato atteggiamento di sufficienza. Di Marina si può beatamente sorridere, per la sua evidente bizzarria, per il suo evidente essere fuori dai problemi del mondo reale. Questo suo dato offusca e annulla la sua persona: pochi si chiedono come sia stato il suo passato, e come avrebbe potuto essere diversa la sua vita. Poche persone sentono che a Marina andrebbero fatte delle scuse. La cosa che emerge invece è la presunta “normalità” della sua condizione di esclusione. Marina evidentemente troppo diversa perché si potesse immaginare in mezzo a noi. E questo è il pregiudizio, un dato fatto nostro senza la verifica della conoscenza. Poi c’è l’abitudine, e probabilmente le due cose si spalleggiano felicemente l’una con l’altra. Le persone che utilizzano ancora oggi il maschile nei confronti di Marina non hanno mai avuto l’occasione di mettere in discussione quella che per loro era la realtà delle cose. Noto che le persone che faticano di più a donarmi il femminile che chiedo per me sono quelle che mi conoscono da sempre e che non frequento abbastanza spesso. In queste persone prevale l’abitudine e scarseggia quell’esercizio quotidiano che la potrebbe contrastare. Per contrastare una abitudine che è sia personale che sociale penso che servano soprattutto due cose, un deciso momento di riflessione e un impegno della volontà. Detto questo è bello vedere che esistono persone che faticano molto meno a cambiare paradigma, e questo nasce certamente da un diverso modo di sentire le cose: una minore fissazione sulle categorie preimpostate e una maggiore attenzione a ciò che vi sta dietro.

Marina non polemizzava sul riconoscimento esterno del suo femminile, e nessuno lo faceva per lei.

Oggi la situazione è diversa perché la richiesta si è fatta forte e decisa. E forte e decisa, anche se per fortuna minoritaria, è anche la risposta di chi non accetta queste richieste.
4) Parlando di pregiudizi, per omosessuali e transessuali questo ha voluto dire spesso anni di confino, carcere e/o manicomio. Marina ne ha assaggiate le “cure” sulla propria pelle sia durante il regime fascista che in epoca repubblicana. La fine della seconda guerra mondiale non ha coinciso con la fine delle discriminazioni: la “liberazione” si è scordata di loro. Ce ne puoi ricordare degli esempi? E come consideri questa ipocrisia del regime politico odierno, che mentre afferma di salvaguardare la libertà dell’individuo la calpesta tranquillamente con straordinaria perseveranza?

 

Gli esempi possono partire dal fatto che i prigionieri omosessuali dei campi di sterminio nazisti al momento della liberazione e negli anni a seguire si rendessero invisibili perché la legge tedesca li avrebbe potuti trasferire in carcere invece di ridargli la libertà.

Le persone transessuali che hanno subito come Marina confino e carcere fino a tutti gli anni ’60.

Mia madre che ha potuto dirmi “meglio un figlio morto”.

Il fatto che quando non avevo i documenti al femminile in caso di ricovero in ospedale sarei stata messa in una stanza maschile.

Quando non avevo i documenti al femminile mi hanno rifiutato un lavoro in una lavanderia industriale per problemi di bagni e spogliatoi: ora invece per la crisi…

Il fatto che in un corso organizzato dalla Camera del lavoro avessi chiesto che potesse essere scritto a matita il nome Lucia accanto al nome Nicola, con la risposta che non era possibile.

5) Nel libro parli anche di intersessualità e descrivi la terribile prassi medica di intervenire chirurgicamente sui bambini che presentino alla nascita “devianze” anatomico-genitali rispetto ai canoni del binarismo maschio/femmina. Questo accade, secondo stime che tu riporti, a migliaia di bambini. Ci vuoi parlare di questa questione quasi totalmente ignorata?

 

Rievocando la storia di Marina in diversi contesti della mia zona sto scoprendo che ogni paese nel passato aveva una persona un po’ uomo e un po’ donna. Si può comprendere che sia così, se accettiamo il dato ufficiale che stima nell’1.7 % le nascite di bambini con un certo grado di intersessualità. Queste persone a partire dagli anni ’50 sono scomparse perché la società le ha progressivamente eliminate. La medicina e la chirurgia si sono proposte di offrire la migliore soluzione a una situazione di ambiguità sessuale e di genere ritenuta insostenibile. Ora anche in Italia sta uscendo allo scoperto un movimento di persone intersessuali che contestano quello che è stato arbitrariamente loro imposto e chiedono un cambiamento (cambiamento da poco affrontato in Germania con una legge approvata a maggio 2013 ed entrata in vigore il primo novembre 2013*)
6) Nel movimento lgbt esistono una varietà di posizioni, tra loro anche molto differenti. Ad esempio il movimento transgender e Queer, sviluppatosi negli ultimi anni anche in Italia, critica apertamente i riferimenti alle convenzioni sociali esistenti (come può essere il continuare a riferirsi al canonico binarismo maschile-femminile) e parte dalla decostruzione dello stesso immaginario estetico. Leggendo il tuo libro, e dalle discussioni fatte assieme, tu però sembri pensarla in maniera diversa ovvero che non si possa prescindere del tutto dalla costruzione di una propria identità senza passare attraverso il riconoscimento e il giudizio degli altri.

 

Mi pare di avervi già avvisato che io posso parlare e scrivere solo a partire dalla mia esperienza personale e so che questo può comportare un orizzonte ristretto, tenetene conto.

Nella mia vicenda di vita io non sono stata capace di prescindere dal riconoscimento e dal giudizio degli altri. Peraltro credo sia molto evidente che più viviamo a contatto con gli altri, più dipendiamo da ciò che gli altri ci rispecchiano. Sentirci parte di un gruppo di uguali (o diseguali) ci rassicura. Un primo grande gruppo cui possiamo rassicurarci di appartenere è quello degli esseri umani. Forse subito dopo c’è l’essere maschi e l’essere femmine. Suppongo che la persona Queer esista perché oggi esiste la corrispettiva comunità.

In questo periodo mi è capitato di incontrare un nuovo gruppo di persone al cui interno ho notato quella che mi sembrava una donna a cui però il gruppo si rivolgeva al maschile. Mi ha colpito il modo in cui questa persona ha spostato un calcetto, con movimenti energici e decisi e abbassandolo sul pavimento in modo rumoroso. Ho pensato che, volontariamente o in modo automatico, quella fosse la perfetta rappresentazione di come un uomo normalmente avrebbe svolto quella azione. “Il peso del calcetto è una inezia per me”. La maggior parte delle donne genetiche secondo me avrebbe invece messo in risalto, analogamente in modo inconsapevole o per automatismo, che stava compiendo uno sforzo al limite delle sue possibilità, una occasione tra tante di rimarcare la sua particolarità di donna caratterizzata anche da una ridotta forza fisica. Alla fine della serata ho chiesto a questa persona quale era la sua situazione di genere. Si trattava di una donna genetica che desiderava presentarsi al mondo al maschile. Allora subito gli ho chiesto se non considerasse di aiutarsi modificando il suo aspetto, e la sua risposta mi è sembrata molto sincera ed onesta. Per il momento il fatto che il gruppo di persone che lui frequentava avesse accolto la sua richiesta di maschile gli era sufficiente, ma fuori da quell’ambiente tutto era diverso e per questo non poteva garantire di non decidere in un futuro di modificare il proprio corpo per raggiungere un riconoscimento più allargato.

Non so se ho risposto alla domanda.

7) Il tuo libro, nella seconda parte, ha il merito particolare di porre all’attenzione del lettore anche altre discriminazioni, oltre quelle legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere: il razzismo e lo specismo. Qual’è il legame che unisce queste differenti discriminazioni tra loro?

 

Ancora una volta mi rifaccio alla mia esperienza. Il dipendere dagli altri, nel senso di essere nella condizione di dover chiedere e di trovarsi nella totale insicurezza sul tipo di risposta che avrei potuto ricevere è stata per me una esperienza molto importante. La mia vita determinata da queste risposte, la mia vita sospesa tra la domanda e la risposta. Incertezza paura fragilità vulnerabilità bisogno. Quante vite sono in una situazione simile? Tante, e quante non trovano ascolto?

8) Scrivi nel libro: “Non posso immaginare un mondo migliore che non sia migliore per tutti, anche per gli animali”. E come “Sole e Baleno” la pensiamo allo stesso modo. Perchè, secondo il tuo punto di vista, molti antirazzisti ed antisessisti, ma anche molti libertari in generale, fanno ancora così fatica a pensarsi anche come antispecisti?

 

Nel libro ho tentato di stimolare il pensiero se sia giusto che la normalità e l’abitudine siano troppo spesso le nostre guide, visto che solitamente si tratta di guide completamente cieche. Ma trovare i motivi di questa difficoltà a estendere empatia libertà diritti, mi spiace…mi chiedete troppo. A volte penso che l’antispecismo sia respingente perché proclama qualcosa di irrealizzabile, se preso alla lettera. Chi messo nella condizione di scegliere tra la vita di un coniglio e quella di un bambino sceglie quella del coniglio? Forse andrebbe evitato che le persone possano fermarsi ai casi limite per liquidare frettolosamente l’antispecismo come un estremismo.
9) Bene Lucia, siamo giunti alla fine di quest’intervista. Ti ringraziamo di cuore per la disponibilità. Se vuoi, puoi concludere con un pensiero, in piena libertà. Speriamo di vederci presto.

 

Allora in piena libertà vi faccio anch’io una piccola intervista:

Quanto per voi essere anarchici è motivo di compiacimento?

Quanto essere anarchici è sostenuto dal riconoscimento degli altri (altri del gruppo)?

Quanto nel vostro modo di apparire (vestiario rigorosamente no logo, no stiro, si pelo di cane, no profumo, no pettine – perdonatemi la stereotipia) dipende da una propria particolare identità e quanto passa attraverso il riconoscimento e il giudizio degli altri (altri del gruppo)?

Qualcuno mi aveva chiesto qualcosa in merito al fatto che la transessualità fosse qualcosa di poco naturale, basandosi su chimica e medicina. Avevo risposto che mi rammarica appesantire il mio corpo con la chimica e che mi rammarica che la mia pipì possa essere un prodotto inquinante. Ma voi in caso di bisogno non ricorrete alla chimica e alla tecnologia? Non inquinate l’aria utilizzando la macchina? Sempre una questione di misura, di ricerca del limite.

Il compromesso, sempre?

 

Un sorriso e un abbraccio a tutt* Voi

Lucia

 

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NOTE:

 

*La Germania riconosce il terzo sesso (articolo tratto da “Internazionale” 5 aprile 2015)

Dal 1 novembre la Germania sarà il primo paese in Europa dove i bambini che presentano alla nascita organi genitali non esclusivamente femminili o maschili potranno essere registrati all’anagrafe come “neutri”. I genitori potranno scegliere di non determinare il sesso del bambino nell’atto di nascita registrato all’anagrafe. Da adulti gli intersessuali potranno scegliere di optare per uno dei due sessi o rimanere indeterminati. (…) Questo cambiamento aiuterà i genitori di bambini intersessuali ad affrontare con calma e senza pressione la questione dell’identità sessuale del proprio figlio. Spesso infatti binari burocratici troppo rigidi portano i genitori a sottoporre i bambini intersessuali a operazioni chirurgiche premature.
Secondo “Le Monde” un bambino su cinquemila in Europa presenta alla nascita organi genitali “ambigui” e da anni gli attivisti conducono una battaglia per abolire la divisione binaria dei generi che porta a interventi chirurgici nell’infanzia.
(…) Le conseguenze legali di questa nuova norma sono più importanti di quello che si pensi. Intanto da novembre il ministero dell’interno dovrà predisporre dei passaporti con una casella per il terzo sesso, e questo vale anche per tutti gli altri documenti. Inoltre ci sono delle conseguenze sulle leggi che regolano il matrimonio. In Germania il matrimonio è legale solo tra un uomo e una donna e le unioni civili sono possibili solo tra persone dello stesso sesso. L’adozione della nuova norma avrà delle ricadute anche su questa materia che però ancora non sono state definite. Tutta la vita degli individui è regolata secondo una rigida separazione binaria tra maschi e femmine. “I bagni nelle scuole sono divisi per genere e anche alcune attività sportive. La legge non cambierà tutto questo, non permetterà automaticamente ai bambini intersessuali di essere se stessi”, afferma Silvan Agius, attivista di un’associazione per i diritti degli intersessuali (…).

 
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REPRESSIONE E PARADOSSI NELLA TERRA DEL PASSATORE 

Nelle ultime settimane una serie di misure repressive colpisce un grande numero di persone in diverse città della Romagna.

Il bilancio della vasta operazione, messa in atto dalla questura di Forlì, comprende 4 fogli di via dalla città, 3 avvisi orali, 47 avvisi di garanzia (più altri 4 a carico di minorenni) ed alcune visite a casa da parte dei Carabinieri; le accuse sono le più svariate, a partire dai fatti relativi all’occupazione del Maceria nel novembre dello scorso anno e del GiardinOccupato a febbraio del 2013, fino ad arrivare alle manifestazioni ed ai presidi antifascisti ed in solidarietà allo sgombero del Maceria che hanno avuto luogo a Forlì durante l’inverno passato. Il tutto condito da singoli episodi specifici avvenuti nel corso delle sopracitate mobilitazioni.

Lo spazio libertario “Sole e Baleno” di Cesena desidera espimere tutta la propria solidarietà ai gruppi e alle singole individualità colpite in qualche modo da questi provvedimenti, mostrando a viso aperto la propria affinità politica e morale alle pratiche ad essi contestate dalla giustizia istituzionale.
La riappropriazione di appartamenti comunali lasciati alle macerie dall’amministrazione e l’utilizzo dell’azione diretta per aprire un dibattito allargato sulla questione della casa e degli sfratti; la risistemazione di edifici pubblici in disuso da anni per far fronte alla penuria di spazi aggregativi spontanei in cui affermare la prassi dell’autogestione e della condivisione; la creazione di attività culturali e ludiche che non siano merce alla portata di pochi… tutte priorità politiche ed umane che avranno sempre il nostro appoggio e la nostra complicità incondizionata. Anche per noi l’antifacismo (altra attitudine “incriminata” negli atti notificati) non è affare da relegare ai libri di storia o al folclore popolare, ma rappresenta al contrario una consuetudine quotidiana, un’urgenza di assoluta attualità a contrastare il razzismo dilagante e la deriva autoritaria di larga parte dell’odierno tessuto sociale.

Nel manifestare la nostra vicinanza alle persone colpite emerge inevitabilmente la volontà di esprimere alcune considerazioni in merito.

Innanzitutto non possiamo fare a meno di notare la grande quantità di nomi inseriti nella lista degli indagati e la trasversalità delle accuse mosse a queste persone. E’ palese la volontà di infliggere il maggior danno possibile attribuendo la quasi totalità dei reati a tutti i soggetti in questione, indipendentemente dalla presenza o meno dei singoli nello specifico contesto.

Altro aspetto sicuramente significativo è costituito dall’utilizzo dell’avviso orale, pratica non nuova in Romagna, ma non di meno emblematica dell’ostinato tentativo da parte delle autorità locali di mutare la condotta di coloro che quotidianamente portano avanti le proprie idee con coerenza e determinazione. Infine, provvedimento molto grave ai danni della libertà individuale, e che dovrebbe offendere la sensibilità di ognuno, l’emanazione di fogli di via, ovvero l’allontanamento da un determinato comune per una durata di 3 anni.

Ora, non è nostra intenzione disquisire sulla rigidità delle istituzioni democratiche, sulla sproporzione delle misure adottate relativamente ai capi d’accusa in ballo (fondamentalmente parliamo soprattutto di occupazioni di immobili e manifestazioni non preavvisate), né tantomeno abbandonarci a facili vittimismi e alla rassegnazione ad un mondo grigio fatto di consumismo e competizione sociale. Sappiamo bene che le istituzioni stesse, vedendo minata la propria credibilità da azioni o atteggiamenti collettivi volti a smascherarne le iniquità e le contraddizioni sempre più evidenti, sono pronte a difendersi con ogni mezzo alla propria portata. Sappiamo anche che a spaventare non sono i gesti dei singoli, quanto la capacità da parte di chi lotta di aggregare persone, di tessere fitte relazioni di solidarietà, di fungere da cassa di risonanza per un disagio comune in grado di mettere in discussione le scelte verticistiche di assessori e sindaci.

Quello che invece vorremmo evidenziare, è la totale arbitrarietà del concetto di legittimità espresso da chi ci governa. L’insieme delle leggi e delle norme che regolano la vita nelle città in cui siamo nati e cresciuti, non costituiscono lo specchio delle reali esigenze delle persone, quanto la traduzione massificata dell’interesse di quei pochi che detengono il potere politico ed economico nella civiltà del profitto.

E così il concetto di proprietà privata viene elevato ad una dimensione quasi ultraterrena, e diventa addirittura lecito che tante persone non abbiano un tetto sopra la testa, proprio mentre case sfitte rimangono per anni a marcire nel degrado. La socialità avviene solo in termini di rapporti commerciali, e chi tenta di uscire dal vincolo gestore/cliente viene subito ricondotto alla “normalità”; e a questo proposito, proprio mentre vengono notificate le prime denunce per l’occupazione del Maceria a Forlì, anche lo spazio libertario “Sole e Baleno” viene raggiunto da sgradevoli attenzioni da parte della Polizia Commerciale di Cesena, che tenta di allinearlo ai criteri di un qualunque locale, sorvolandone la natura non lucrosa e mettendone alla prova la sopravvivenza attraverso l’applicazione di normative e sanzioni. Di antifascismo infine, e non è una novità, si riempiono la bocca molti partiti ed istituzioni in Romagna, a cominciare dalla giunta comunale del PD qui a Cesena. Ma vogliamo far presente a tutti che, proprio mentre ai colpiti dalla repressione venivano contestati a Forlì i capi d’accusa relativi all’antifascismo di strada messo in campo per contrastare i gruppi fascisti presenti sul territorio, a Cesena ad alcune persone veniva proibito di appendere un volantino siglato “antifascisti/e-antirazzisti/e” in uno spazio del Comune, in quanto giudicato “troppo politicizzato” semplicemente per la firma apposta.

Occorre ad ogni costo opporre tutte le proprie forze all’alto grado di censura messo in campo anche a livello locale dalle autorità al fine di smorzare le lotte sul territorio e di ricondurle entro canoni concessi dall’ordine costituito. E’ necessario manifestare a gran voce l’appoggio più incontaminato a tutti coloro che si battono per un mondo più giusto, costruito dal basso, libero da fascismi e pregiudizi razziali.

Come sempre nelle strade, in mezzo alla gente.

Un abbraccio di solidarietà a tutti i denunciati!!!

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Spazio libertario “Sole e Baleno” ed Equal Rights Forlì

Su quanto recentemente accaduto a Forlì…

 

Il 23 novembre 2012, a Forlì, un cospicuo gruppo di individui decide di rimboccarsi le maniche ed entrare in una delle tante proprietà comunali lasciate all’abbandono e al degrado da svariati anni, un edificio di tre piani ubicato in via Maceri 22, in pieno centro storico.

Nasce il MaceriA occupato!

Il proposito iniziale è quello di una 3 giorni di iniziative aperte a tutti per denunciare la responsabilità dell’amministrazione locale in merito al problema degli sfratti e della penuria di spazi sociali in città.

Ma la sorprendente risposta delle innumerevoli persone accorse all’evento, l’appoggio morale di gran parte del vicinato, la solidarietà raccolta in lungo e in largo per le vie della città ed altrove, suggeriscono agli occupanti la strada da intraprendere: non si possono e non si devono restituire quelle mura  all’abbandono, occorre resistere  ad oltranza e difenderle a denti stretti.

Non si può cedere ai corteggiamenti della giunta comunale e alle minacce della questura, autori di soffocanti norme antidegrado che trasformano ordinanza dopo ordinanza le città in enormi carceri a cielo aperto.

Non importa quanto legale o illegale sia l’occupazione di uno stabile in disuso e la sua restituzione alla fruibilità pubblica, dal momento che la legalità non corrisponde alle reali esigenze delle persone, ma solo agli interessi di pochi.

Perché a Forlì è impellente il bisogno di un luogo fisico in cui rapportarsi in maniera orizzontale, antiautoritaria, liberi da pregiudizi e stereotipi razzisti, lontani da logiche consumistiche e di profitto.

Così iniziano i primi lavori di ristrutturazione atti a rendere vivibile lo spazio, e quelle stanze, vuote e malsane fino a pochi giorni prima, cominciano a pulsare di persone, suoni, immagini, idee. Sempre più individui iniziano a sentirsi a casa.

Chi di noi è passato al MaceriA nel trascorrere dei giorni, ha potuto respirare a pieni polmoni un’aria da tempo dimenticata qui in Romagna, incrociando gente, vivendo momenti di genuina socialità e condivisione disinteressata, attraversando spazi di confronto politico e situazioni di dibattito aperto, partecipando ad assemblee decisionali e ad iniziative pubbliche di ogni tipo.

Un sogno di libertà infinita sfiorato con un dito e messo in pratica nel quotidiano.

Ma un sogno che si infrange, come troppe volte è accaduto da queste parti, per mano di uomini in divisa. L’8 gennaio del 2013. E’ un disco ormai vecchio, di note già sentite fino alla nausea, quello che ancora oggi ci suona il sindaco Balzani al cospetto del muro di cemento che gli operai di turno hanno posto all’entrata del MaceriA: disponibilità al dialogo, apertura alle esigenze della collettività, tentativo di rappacificazione sociale. Parole che non interessano.

 

Lo Spazio Libertario “Sole e Baleno” di Cesena e l’Equal Rights Forlì sentono l’esigenza di prendere una posizione netta in merito a quanto accaduto, additando pubblicamente le politiche locali per il ruolo rivestito nella chiusura di un altro spazio vitale che va ad aggiungersi alla lista dei tanti sottratti alla lotta nel trascorrere degli anni. Li ricordiamo e li portiamo nel cuore uno ad uno, ed ogni sgombero non fa altro che amplificare in maniera esponenziale l’inimicizia nei confronti delle istituzioni comunali delle nostre città. Avvertiamo il bisogno di manifestare apertamente tutta la nostra solidarietà verso le persone che hanno reso vivo il MaceriA per oltre quaranta giorni, e che ora fuori da quelle mura stanno continuando a portare il MaceriA in strada, accendendo una scintilla di ribellione che un muro di cemento non potrà mai soffocare.

A loro un abbraccio fraterno…  MaceriA OVUNQUE!

 

Spazio libertario “Sole e Baleno”

Equal Rights Forlì

 

 

RICEVIAMO E DIFFONDIAMO:

Oggi, alle 18.45, nei pressi del centro commerciale Famila a Cesena, ci siamo imbattuti nel volantino di cui alleghiamo la foto.
Data l’importanza del contenuto, e la nostra solidarietà incondizionata nei confronti di chi ancora intraprende la pratica dell’occupazione e dell’autogestione, abbiamo deciso ribatterne il testo (l’immagine lascia a desiderare), e di diffonderlo ai nostri contatti.
Ci auguriamo facciate altrettanto.

Lo spazio libertario ‘Sole e Baleno’

AL CONFINO CONTINUA…

CESENA, 08/05/2008

Il Comune di Cesena, attraverso l’ausilio di un dispiegamento spropositato di forze dell’ordine, pompieri ed operai, procede allo sgombero dell’ex scuola elementare di Pontecucco, spazio denominato “Al Confino squat”, da 8 anni occupato ed autogestito senza mediazioni con le istituzioni locali, e da molti di più attivo e conosciuto in città come fulcro di aggregazione spontanea e cultura antagonista non mercificata. Uno sfratto coatto che pone fine ad una lunga esperienza fatta di lotte antiautoritarie e sperimentazione di modelli di vita libertari, non gerarchici, estranei a rapporti meramente basati su interessi economici o partitici.

La scusa è sempre la stessa, quella della legalità a tutti i costi e del rispetto delle legittime graduatorie di concessione degli spazi alle associazioni, così tante, a detta della controparte comunale, “in fila” da tempo per usufruire dell’edificio in questione.

CESENA, NOVEMBRE 2010

A distanza di quasi 3 anni piovono inaspettati decreti di condanna su quattro persone alle quali viene contestata la partecipazione ad una delle innumerevoli iniziative pubbliche spontanee mosse dai più svariati gruppi di solidali durante il periodo precedente lo sgombero di Al Confino squat. E’ chiara a tutti la natura politica di tali istanze legali, che prendono forma solo molto tempo dopo i fatti, a riflettori mediatici ormai spenti.

L’ex scuola elementare di Pontecucco appare da allora ancora murata, abbandonata, fatiscente; la cura ed i segni della dedizione ad essa riservata un tempo dagli occupanti sono ormai un lontano ricordo. Il Comune di Cesena, troppo impegnato ad istituire “notti bianche” e sfarzosi momenti di delirio consumistico collettivo, a gettare cemento e a propinare situazioni di socialità preconfezionata di cui fruire in tempi e luoghi prestabiliti ed entro termini ben legiferati, preferisce lasciar andare in malora uno spazio che dovrebbe invece essere pubblico e a completa disposizione della collettività, piuttosto che vederlo vivo e pulsante di relazioni umane orizzontali, intrecciate dal basso e consolidate giorno dopo giorno attraverso l’autogestione più incontaminata. Altro che lista infinita di associazioni alla porta, questa è la realtà dei fatti!

CESENA, 31/12/2010

Infervorato dallo sdegno per questo stato delle cose, un nutrito gruppo di individui decide di dare una risposta concreta ai loschi disegni municipali, ponendo fine al buio e tornando a far rivivere di luce e suoni quelle mura.

Ameno per una notte… quella di Capodanno!

Il cemento via via cede sotto ai colpi degli utensili e si schiudono le porte ad una circostanza di fastoso convivio e condivisione generalizzata. Proprio laddove, fino a qualche ora prima, erano solo ragnatele e macerie. Musica e danze per tutta la notte alla faccia di chi crede di poter cancellare un percorso di lotta murandone porte e finestre.

Per tornare ancora una volta a ribadire a gran voce che

“LE IDEE NON SI SGOMBERANO”.