Le persone che animano lo spazio libertario “Sole e Baleno” racchiudono nel proprio sentire, nel cuore e nelle lotte che portano avanti la tensione verso un mondo liberato. Liberato dalle schiavitù a cui questo stile di vita ci incatena (lavoro, denaro, infelicità, odio,..). Liberato dalle decisioni imposte, riguardo noi stessi, il pianeta e tutte le forme di vita. Liberato dallo sfruttamento, dalla distruzione, dal controllo, dall’addomesticamento. Liberato dalle gabbie che negano la libertà agli animali umani ed a quelli non umani. Un mondo liberato dalle prigioni. Perchè esse esistono oggi per mantenere stabile una realtà basata sull’inequità e l’ingiustizia.
Al suo interno vengono detenuti individui che per scelta o costrizione non si sono accontentate di quanto viene concesso. Questa piccola rubrica vuole essere uno spunto di rilessione sul carcere e sulla società in cui si inserisce.
Vuole essere una ventata di solidarietà e un caloroso abbraccio a tutte/i quelle/i compagne/i che sono rinchiuse perchè in lotta contro questo mondo. In questo spazio riporteremo pensieri e parole di persone incarcerate, pezzi di corrispondenza che trasmettono una forza e una capacità di rimanere liberi nonostante rinchiusi. Affinchè la determinazione di chi guarda il cielo attraverso le sbarre possa essere uno stimolo per non rassegnarsi e continuare ancora più decisi le battaglie intraprese.

Tutte/i libere/i!

 

A GUANTANAMO MI STANNO UCCIDENDO

di Gennaro Carotenuto, domenica 21

Samir Naji al Hasan Moqbel, è prigioniero a Guantanamo dal 2002. Non è mai stato incriminato né processato. Da 70 giorni è in sciopero della fame. Ha raccontato la sua storia, attraverso un interprete arabo, agli avvocati di Reprieve [1], una ONG che offre assistenza legale a prigionieri che non hanno possibilità di difendersi. La sua testimonianza è stata pubblicata dal New York Times [2], traduzione italiana di Gennaro Carotenuto.

C’è un uomo qui che pesa solo 35 kg. Un altro 44. L’ultima volta che mi hanno pesato ero 59 kg. Ma è stato oltre un mese fa. Sono in sciopero della fame dal 10 febbraio e credo di aver già perso più di 30 chili. Non mangerò finché non ripristineranno la mia dignità. Sono detenuto a Guantanamo da 11 anni e tre mesi. Non sono mai stato incriminato di alcun delitto. Non sono mai stato processato.

Dovrei essere a casa da anni – nessuno pensa seriamente che io sia una minaccia – ma resto qui. Anni fa i militari mi dissero che ero una “guardia” di Osama bin Laden. È un’accusa senza senso, una cosa da film americani di quelli che mi piaceva guardare. Neanche loro ci credono. Ma non sono interessati a quanto tempo io debba restare seduto qui.

Nel 2000, a casa mia, nello Yemen, un amico d’infanzia mi disse che in Afghanistan avrei potuto guadagnare meglio dei 50 $ al mese che mi davano in fabbrica, e avrei potuto mantenere la mia famiglia. Non avevo mai viaggiato e non sapevo nulla dell’Afghanistan, ma ho provato.

Ho sbagliato a fidarmi di lui. Non c’era lavoro. Volevo lasciare ma non avevo i soldi per tornare a casa. Dopo l’invasione americana del 2001 sono fuggito in Pakistan come tanti altri. I pakistani mi hanno arrestato mentre cercavo di andare all’ambasciata yemenita. Sono stato inviato a Kandahar e da lì messo sul primo aereo per Gitmo.

Lo scorso 15 marzo ero ricoverato nell’ospedale della prigione per le mie condizioni a causa dello sciopero della fame. Una squadra di otto agenti della polizia militare in tenuta antisommossa ha fatto irruzione, mi ha legato al letto e mi ha inserito nella mano un ago per alimentarmi forzosamente. Mi hanno lasciato 26 ore legato al letto impedendomi di andare in bagno. Poi mi hanno inserito un catetere. È stato doloroso, degradante e inutile. Mi hanno impedito perfino di pregare.

Non dimenticherò mai la prima volta che mi hanno infilato il sondino nel naso. Non riesco a descrivere quanto sia doloroso essere sottoposto ad alimentazione forzata in questo modo. Appena lo hanno spinto in su volevo vomitare, ma non ci riuscivo. Sentivo ardere il mio petto, la gola e lo stomaco. Non avevo mai provato tanto dolore prima e non vorrei una punizione così crudele su nessuno.

Da allora sono in alimentazione forzata. Due volte al giorno mi legano ad una sedia nella mia cella. Mi bloccano le braccia, le gambe e la testa. Non so mai quando arriveranno. A volte vengono durante la notte, quando sto dormendo. Ci sono così tanti di noi in sciopero della fame che non ci sono abbastanza membri dello staff medico per effettuare le alimentazioni forzate regolarmente. Così lo fanno quando possono.

Durante un’alimentazione forzata l’infermiera ha spinto il tubo di circa 18 pollici nel mio stomaco, facendomi più male del solito perché stava facendo le cose troppo in fretta. Ho chiamato l’interprete per chiedere al medico cosa non andasse. Era così doloroso che ho pregato loro di smettere. L’infermiera ha rifiutato di sospendere l’alimentazione forzata. Mentre stavano finendo, il “cibo” si è versato sui miei vestiti. Ho chiesto loro di cambiarmi, ma la guardia ha rifiutato strappandomi anche quest’ultimo brandello della mia dignità.

Quando vengono, se rifiuto di essere legato, chiamano la squadra antisommossa. Almeno mi resta una scelta. Posso rifiutarmi ed essere picchiato oppure accettare l’alimentazione forzata.

L’unica ragione per la quale mi tengono qui è che il presidente Obama rifiuta di inviare qualsiasi detenuto nello Yemen. Questo non ha senso. Io sono un essere umano, non il mio passaporto, e merito di essere trattato come tale. Io non voglio morire qui ma fino a quando il presidente Obama e il presidente dello Yemen non faranno qualcosa io rischierò di morire qui ogni giorno.

Dov’è il mio governo? Sono disposto a sottomettermi a tutte le “misure di sicurezza” che vorranno pur tornare a casa, anche se sarebbero del tutto inutili. Accetto qualunque cosa pur di uscire da qui. Oggi ho 35 anni. Tutto quello che voglio è rivedere la mia famiglia e iniziarne una mia.

La situazione è disperata ora. Tutti i detenuti qui stanno soffrendo profondamente e almeno 40 di noi sono in sciopero della fame. Ogni giorno ci sono svenimenti. Io vomito sangue. Ma non c’è fine in vista

per la nostra prigionia. Rifiutare il cibo e rischiare la morte ogni giorno è la scelta che abbiamo fatto per la nostra dignità. Spero solo che tanto dolore serva a che gli occhi del mondo guardino a Guantanamo prima che sia troppo tardi.

Gennaro Carotenuto su:

http://www.gennarocarotenuto.it [3]

Links:

[1] http://www.reprieve.org.uk/

[2] http://www.nytimes.com/2013/04/15/opinion/hunger-striking-at-guantanamo-bay.html?src=mv&_r=1&

 

saluzzofoto1

presidio in solidarietà a Maurizio Alfieri, carcere di Saluzzo 16/02/2013

 

LETTERA DI GIULIA
incarcerata nel nell'operazione "Ardire"

Ci sono momenti in cui arriva il sole, attraversa le sbarre, filtra dal 
vetro, attraversa la bottiglia che hai sul tavolo, si allunga in stralci 
sul tavolo, ti scalda un po’ l’orecchio.

Ci sono momenti in cui di notte guardi il soffitto, ascolti il 
silenzio, senti il rumore del vuoto del corridoio, ascolti il sibilo di 
una porta chiusa.

Ci sono momenti in cui ti siedi a fumare una sigaretta all’aperto e 
guardi il cielo e pensi che se credessi in Dio lo ringrazieresti di 
poter godere di tanta bellezza anche da qui.

Ci sono momenti in cui cammini per i corridoi e pensi che non ti 
usciranno più dai polmoni.

Ci sono momenti, tanti momenti, in cui il tuo corpo è fermo e la tua 
mente ti sta immaginando mentre distruggi tutto quello che ti capita tra 
le mani.

Ci sono momenti in cui pagheresti oro per una bella birra fresca.

Ci sono momenti in cui ti arriva, da non sai bene dove, un odore di 
terra, di foglie, di autunno e ti ricordi.

Ci sono momenti in cui il sole del cielo d’autunno ti fa ripensare alle 
montagne e al fiato dei tuoi cani.

Ci sono momenti in cui finalmente tutte le parole vuote scompaiono, 
tutte le maschere cadono.

Ci sono momenti in cui cadono tutte quelle degli altri senza che loro 
lo sappiano.

Ci sono momenti in cui ti accorgi che questo posto ti ha cambiato e 
altri in cui pensi di essere sempre la stessa; e ti scopri e ti 
riscopri.

Ci sono momenti in cui riconosci l’ora della giornata dal rumore che 
senti nei corridoi e ti accorgi che sta diventando normale.

Ci sono momenti in cui di notte ti svegli di soprassalto perché una 
luce ti spia il sonno.

Ci sono momenti in cui vedi una madre piangere perché non può fare la 
cosa più naturale su questa terra: stare con i suoi figli.

Ci sono momenti in cui piangi per il pianto di quella madre, per gli 
abbracci negati, per i rapporti mutilati, perché pensi che per tanto 
dolore nessuno pagherà mai.

Ci sono momenti in cui pensi che potresti guardare per ore il viso 
delle compagne che sono con te, perché sai che è solo per quegli occhi 
che non hai mai avuto paura di questo inferno.

Ci sono momenti in cui pensi al dolore di chi viene a trovarti; alle 
loro facce che, tutte le volte che se ne vanno, sbigottite, dicono “la 
stiamo lasciando qui”.

Ci sono momenti in cui il sangue si gela al pensiero della libertà 
perché pensi che non potrai portare fuori con te le tue compagne.

Ci sono momenti, tanti momenti, in cui una risata irrompe come un 
tuono, come una cascata da un dirupo e si dipana fresca sulla pelle, sul 
viso, nella testa.

Ci sono momenti in cui vedi tornare il sorriso sul volto di una 
compagna e pensi di non voler altro dalla giornata.

Ci sono momenti in cui ti arriva la voce che qualcuno è uscito o evaso 
e le sbarre si incrinano e il sorriso è beffardo.

Ci sono momenti, tanti, costanti, ripetuti in cui pensi ad un cumulo di 
macerie, a chiavi spezzate, a divise bruciate e senti la freschezza dei 
piedi nudi sull’erba e il respiro è profondo.

Giulia Marziale